“Noi non ci fermeremo mai, finché non sarà fatta giustizia” 

 

Diceva così la madre di Stefano Cucchi il 31 ottobre di quattro anni fa, quando l’ennesimo processo assolveva tutti gli imputati.

Oggi, a nove anni esatti dalla morte di Stefano, finalmente la verità si fa strada: uno dei tre imputati, il carabiniere Tedesco, ha denunciato i suoi due colleghi, colpevoli di aver causato lesioni gravi che hanno portato al decesso. A un mese dall’uscita del film sulla mia pelle, in cui un magistrale Alessandro Borghi racconta di essere stato massacrato persino quando era andato lungo, con tanto di manette ai polsi, veniamo a conoscere la testimonianza del carabiniere che dettagliatamente ricostruisce l’accaduto, soffermandosi proprio sulla crudeltà dei colleghi che avrebbero continuato a menare nonostante Stefano fosse riverso a terra.

Il processo Cucchi va avanti da nove anni, si è detto che era morto per una caduta dalle scale, per epilessia o per malnutrizione. Quei genitori, che durante i pochi giorni di ricovero al Pertini non riuscirono a  vedere il figlio detenuto in vita, lo videro morto, un cadavere di 37 chili, con un occhio fuori dall’orbita, tumefatto e pieno di ecchimosi.

Come appare anche dal film, Stefano non era uno stinco di santo, rifiutò le cure e non sembrava voler collaborare con chi avrebbe potuto aiutarlo, forse logorato dal dolore e stanco di sentire sempre le stesse domande.

Stefano faceva uso di stupefacenti, era già stato in comunità e raccontava montagne di balle alla sua famiglia. Forse Stefano era strafottente, con quell’accento romanesco che vuole prendere in giro, con quel viso furbetto, il fisico asciutto “da pugile” e la faccia di chi se la scampa. Stefano poteva sembrare questo, ma poteva sembrare anche un ragazzo fragile, caduto nella droga più volte, amato dalla sua famiglia e aiutato fino all’ultimo, un ragazzo che stava zitto e chiuso nella sua paura, chiedeva aiuto.

Forse qualcuno avrà pensato: a me non può succedere, io non mi drogo, io sono a posto.

Invece nessuno è a posto se c’è un abuso di potere e tutti dobbiamo indignarci e urlare che noi non ci fermeremo finché non sarà fatta giustizia. Non possiamo più assistere da spettatori a questa sfilata di omertà. Quanti altri Giuliani, Aldrovandi, Cucchi dobbiamo avere sulla coscienza? e questi sono solo i casi che hanno avuto un seguito mediatico: nell’anno in cui è morto Stefano, ci sono stati quasi 180 detenuti morti in carcere per cause da accertare.

Non è un caso, ma se anche fosse un solo caso, se anche fosse solo il geometra Stefano Cucchi, noi non potremmo lasciarlo solo.

Ciò detto, se non l’aveste ancora fatto, vedete il film Sulla mia pelle: senza buonismo e senza fronzoli racconta con delicatezza le vicende di un uomo ucciso mentre era nelle mani dello stato e, anche se il regista non insiste sulla drammaticità dei fatti, alla fine la verità arriva come una coltellata, nessuno può esimersi.

 

cucchi

 

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