“Alla lavagna” ovvero la scuola e i bambini che non vorrei

Lo ammetto, cari lettori, da ormai vent’anni o più sono fan di Un posto al sole (per gli addicted Upas). Non me ne vergogno più di tanto e anzi da un anno sono riuscita a far affezionare anche Patrizio, tanto che ormai, come accade alle coppie consolidate, la soap fa parte della nostra routine.

Intorno alle 20 sintonizzo il nostro televisore nuovo di zecca su Rai3.  La serata comincia con Blob che, a parer mio, mantiene nei decenni il suo fascino, anche se viene decurtato di edizione in edizione. Si procede quindi con dei programmi che definirei cuscinetto, che servono ad ingannare l’attesa del pubblico fidelizzato di Upas. Programmi non troppo cervellotici, devono essere fruibili mentre si apparecchia e si finisce di cucinare, mentre le mamme urlano ai figli di venire a tavola ché la cena è pronta, anche se la cena ancora pronta non è; programmi che hanno l’unico compito di non far cambiare canale.

Fino a qualche mese fa, l’infame ruolo era ricoperto da “Non ho l’età”: brevi interviste a coppie di anziani (non me ne vogliate, forse sarebbe più politically correct scrivere “terza età”? bo, preferisco restare tradizionale), le quali avevano riscoperto l’amore o il vero amore solo dopo la prima settantina. Superate le iniziali remore, vi dirò che – a mio parere –  il format non era male: tralasciando i casi di alcuni protagonisti che rinnegavano completamente i precedenti matrimoni/amori e sembravano contenti della morte del primo compagno; nella maggioranza dei casi si narravano storie di vita di persone qualunque che, affrontate mille avversità, ritrovavano serenità e amore con un’altra persona;  insomma, un programma di speranza che portava sulla scena un tema inesplorato dall’amata mamma Rai.

A novembre però, con l’avvicinarsi del santo Natale, con le lucine, gli alberi addobbati, le canzoncine per strada e i biscotti pandizenzero, abbiamo messo da parte i vecchi per far spazio ai bambini, più adatti e fotogenici per il clima delle feste. Ed è qui che si dischiude “Alla lavagna” un programma copiato dal format “Au tableau!!!” ideato dai cugini francesi in occasione delle elezioni presidenziali.

Non ho ancora visto il programma francese, avrei dovuto farlo prima di scrivere questo articolo, ma ciò non mi impedirà di scrivere parole di fuoco verso il nostrano.

Il programma dura una manciata di minuti, in cui i bambini – che nel sito Rai sono definiti “agguerritissimi”-  interrogano l’ospite di turno con domande che, come si premurano di ricordare ogni sera, possono essere anche “scomode”.

Chi ha esperienza di bambini potrà confermare che costoro fanno domande scomode e comode e che la loro fantasia, se solleticata, può portare noi grandi in mondi sconosciuti e inesplorati. La bellezza di confrontarsi con un bambino sta proprio nel vedere il mondo attraverso i suoi occhi, nell’esplorare attraverso una lente pulita e senza filtri le cose che a lui interessano e di cui vuole renderci partecipi. E vengo al punto: davvero a questi diciotto bambini tra i 9 e i 12 anni, che sembrano più finti di quelli usciti dalle pubblicità mulino bianco, interessa la politica economica mondiale? davvero sanno di Tangentopoli o sono interessati alla differenza tra “partito” e “movimento” – che noi “grandi” cominciamo a stento a capire in questi mesi di governo? Non saremo piuttosto noi, pubblico di grandi, che vorremmo sentire quelle domande “scomode” a cui l’interrogato può rispondere vagamente e cavarsela con sorrisoni e battutine?

Ma parliamo anche della classe. La classe, abbiamo detto composta da diciotto ragazzini di età diverse (alcuni della primaria, altri delle medie), è il non plus ultra della finzione: i bambini sono tutti stereotipi, c’è qualcuno con gli occhiali, un paio con le lentiggini, lo sdentato, quello con l’apparecchio, la bambina coi modi da prima ballerina, quello più alto all’ultimo banco e in prima fila una bambina nera con un nome esterofilo, Ksenia, che forse sarebbe stato meglio registrare come Xenia, ma all’anagrafe fanno sempre pasticci, si sa. Di una classe vera manca la vita, la realtà, il miscuglio di bambini, qualche bambino più irrequieto, qualche bambino straniero che non parla ancora un italiano impeccabile e qualche bambino che non parla come se avesse ingoiato un volume della Treccani. Le domande cosiddette scomode poi, sono evidentemente pilotate e di tanto in tanto qualche bambino ammette di averle dimenticate.

Ora, io non credo che i bambini non possano interessarsi alla politica o che non siano capaci di fare domande talvolta pungenti, ritengo solo che bisognerebbe metterli a loro agio, bisognerebbe proporre un personaggio a cui davvero possano interessarsi o che magari già conoscono, non personaggi noti solo al pubblico dei grandi, di cui un bambino di dieci anni può fare tranquillamente a meno. E infatti nella prima parte, quando bisogna scoprire il famoso di turno che verrà intervistato, i bambini mostrano di non conoscerlo minimamente e associano a quel viso i mestieri più disparati, ma un minuto dopo, in classe, cominciano a sparare domande “scomode”.

Ieri sera, 6 dicembre, era alla lavagna Magalli.

Storico volto della Rai, ma misconosciuto ai bambini, dopo alcune domandine sulla sua carriera, in particolare sui suoi inizi (vedo Magalli in tv da quando ero piccina e mi è sempre sembrato anziano, motivo per cui non avrei mai pensato a una domanda su di lui bambino), il conduttore deve sottoporsi alla terribile prova di metà programma: sulla lavagna multimediale sono posizionati pochi volti che deve mettere tra i buoni o tra i cattivi. Quasi subito spunta Mario Draghi, che io ho imparato a conoscere presumibilmente negli anni del liceo e dubito che tutti i miei coetanei lo conoscano. Alla domanda lecita di Magalli: “sapete lui chi è?”; un bambino esclama, con la puntualità di una bomba ad orologeria: “Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea!”. Gelo. Ghiaccio. Sipario.

Mi spiego meglio: è possibile che alcuni bambini veri, in carne ed ossa, conoscano il ruolo di Draghi e muoiano dalla voglia di urlarlo al mondo, quindi non posso giurare che quella risposta fosse stata suggerita, ma era davvero necessario inserire nella discussione con Magalli, personaggio per sua natura buffo e divertente, con grande esperienza di televisione e di umorismo, politici del calibro di Draghi o, meglio ancora, la bella Carfagna, che aveva conosciuto il nostro agli inizi della sua carriera, quando era una soubrette?

La puntata si conclude con la spiegazione della parola “accoglienza”, sulla quale il Magalli nazionale scivola, dicendo una cosa tipo “accoglienza è bella, ma non va fatta indiscriminatamente”.

Ecco, la puntata mi lascia un certo amaro in bocca, sulla definizione di accoglienza sono delusa, non mi piace chi fa un recinto intorno ai diritti umani, chi si erge a giudice e pensa di categorizzare il prossimo, come fosse una cosa e non una persona; sono legata al vecchio concetto di accoglienza, ma che ci posso fare, ho studiato quello che gli inglesi definiscono classics. Forse sono andata troppo oltre, forse Magalli non voleva lasciare un’ombra di razzismo, ma il tempo è tiranno e i bambini non fanno sconti: 60 secondi, è bravo solo chi riesce a riassumere la spiegazione in un minuto (altra cosa su cui avrei molto da ridire).

Insomma, la campanella suona, la scuola di carta chiude, il piccolo edificio con le pareti appena pitturate, con verde intorno e giochi all’aperto, con i vetri più puliti di quelli di casa vostra, o almeno di casa mia, che in confronto le scuole delle fiction sono centomila volte più verosimili, chiude finalmente i suoi battenti almeno per oggi. Almeno per oggi i bambini potranno struccarsi, tornare a casa e dire alla mamma che anche oggi sono stati i primi della classe. Uno solo, chissà se se ne pentirà in futuro, potrà dire di aver fatto la domanda più intelligente di tutte: aver chiesto a Magalli se lo prendevano in giro per la sua statura.

Sempre ammesso che la mamma non fosse lì in prima fila a guardare le riprese.

alla lavagna

 

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